Un paio di settimane fa ero a Parigi e conversavo con la responsabile della Divisione Gender Equality dell'UNESCO. Ero lì per lavoro ed ero concentrata sul mio compito in quel momento e in quel luogo, e non c'era molto tempo per distrazioni o divagazioni. A un certo punto però mi ha detto una cosa che mi ha messo in moto una reazione a catena di associazioni e spunti e poi ancora riflessioni e spiegazioni e conclusioni.
Si parlava della funzione dell'UNESCO di contribuire al dialogo pacifico tra culture e di diffondere i valori della diversità e del multiculturalismo. Ma questa "tolleranza", diceva, ha un limite: prendiamo il caso delle mutilazioni genitali femminili (FGM, female genital mutilations). Per quanto la comunità internazionale e in particolare l'UNESCO siano aperti al dialogo, davanti a questo dicono NO, un no fermo, senza se e senza ma. E diceva che su questo fronte ci sono progressi, anche se sono molto lenti.
Quello che mi ha raggelata (oltre al fatto di sentir anche solo nominare le FGM) è stata la sua osservazione che "ancora 20 anni fa c'erano donne africane che si offendevano quando sentivano il termine 'mutilazioni'". A loro avviso, gli occidentali stavano dando un'accezione negativa a qualcosa che apparteneva alla loro tradizione, di cui andavano molto fiere. In altre parole, squartarsi le parti del corpo più sensibili al piacere, senza anestesia e prendendosi infezioni anche mortali, era qualcosa di estremamente positivo, che assicurava loro un buon matrimonio e contribuiva quindi a un miglioramento della loro esistenza.
Questo, in misura un po' minore rispetto a 20 anni fa, succede ancora oggi. E mi chiedo, come fa a non far riflettere questa cosa. Perché queste notizie non vengono diffuse in prima serata. Sarebbero utili per mettere a confronto sistemi di valori. Le donne partono da qui: dall'accettare l'umiliazione e l'oppressione in quanto miglioramento rispetto a una situazione alternativa. E penso a quelle mogli che hanno deciso di denunciare gli abusi dei mariti dopo 20 anni che li subivano. 20 anni ci hanno messo a capire che forse c'era una via d'uscita. E quante volte avranno finto, nei confronti degli altri e di se stesse, che stava andando tutto bene? "Non ci sentiamo discriminate", dicevano le casalinghe negli anni sessanta alle femministe.
Queste donne non sono pazze. E' la paura, l'ignoranza e insieme l'amore per la vita, per qualsiasi tipo di vita, che le fa diventare cieche e sorde. E' l'istinto di sopravvivenza. Che dovrebbe farci chiedere, ogni giorno e ogni minuto, se quello che pensiamo è sensato, giusto, vero, oppure una semplice reazione dettata dalla paura. Del cambiamento e della solitudine.
Poi ho salutato la tizia e sono andata a pranzo, ma l'immagine delle donne offese per l'uso della parola "mutilazione" mi è rimasta in testa. C'è chi dice che la "best way", la strada unica verso il progresso, non esiste: ma spesso succede che esiste e non sappiamo vederla, immaginarla, cercarla. Di fronte alla scoperta, all'evidenza e all'intelligenza la "best way" esiste. Eccome se esiste. Possiamo non cercarla, non vederla, non immaginarla: ma c'è. Eccome se c'è.









